Brevissima considerazione sulla vittoria di Macron

Premesso che a mio avviso la scelta tra Macron e Le Pen equivaleva a scegliere il male minore (e così è stato), mi sento di fare una piccola considerazione.
La vittoria di Macron segna l’apertura di un periodo piuttosto interessante: è forse il primo candidato della storia della Francia, compreso Mitterand, che vince con un programma così fortemente e apertamente europeista.
La Francia è ora l’unico paese europeo che possiede l’armamento atomico, che ha il diritto di veto nel consiglio di sicurezza dell’ONU e che ha tutto l’interesse a recuperare una voce in Europa che è andato persa negli ultimi anni al cospetto di una Germania che ha fatto da padrona.
Staremo a vedere.

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Perché non ci ribelliamo?

Il degrado sociale ha raggiunto in Italia, così come anche in molte altri paesi del mondo occidentale, livelli che forse non si erano mai raggiunti prima e nonostante ci siano numerosissimi fuochi, come la disoccupazione crescente, gli indebitamenti, famiglie sul lastrico, tutto ciò sembra passare inosservato, quasi come un fatto del tutto normale.

Com’è possibile che dinanzi ad una situazione del genere non vi sia un benché minimo accenno di protesta?

Innanzi tutto manca l’individuazione del “nemico”: ad oggi si è creata la condizione per cui c’è un potere che ci sovrasta, che è quello economico, la famosa  “mano invisibile del mercato”. Un potere che non è tangibile, un qualcosa che agli occhi delle persone non è identificabile in determinati soggetti e in questo modo la gente non è capace di reagire, perché tutto ciò viene visto come un processo ineluttabile, immutabile.

Un altro motivo, tra i numerosi che vi sono,  è senz’altro la propaganda, che attraverso la stampa e il conformismo televisivo ci ha ingabbiati, anestetizzati; vi è poi la rassegnazione e l’accettazione, dopo la caduta del comunismo, che non vi possa essere un modello di sistema alternativo, che questo tipo di economia, questo tipo di sistema siano in un qualche modo naturali.
Abbiamo disprezzato e ridicolizzato i sindacati (i quali non sono comunque esenti da colpe) e ad oggi essi hanno perso la loro capacità di unire e guidare i lavoratori nelle battaglie per i diritti sociali.

Un ulteriore motivo è a mio avviso l’atteggiamento di noi italiani. È forse difficile da accettare, ma siamo un paese corrotto, corruttibile e corruttore.
Siamo uno dei pochi paesi occidentali che non ha compiuto una rivoluzione, perché probabilmente non siamo portati, perché siamo i più bravi, i più belli e i più buoni per la mamma; abbiamo questo temperamento, un po’ da “fighetti”.
Siamo bravi ad indignarci subito per le ingiustizie, poi giusto il tempo di un caffè, e tutto torna alla normalità, come se non fosse successo niente.
Abbiamo fatto sì che l’indifferenza prendesse il sopravvento sulla stragrande maggioranza di noi.
Basti pensare che per decenni abbiamo avuto dei governi che anziché provare a mettersi d’accordo con l’opposizione, si son messi d’accordo con la mafia.

A tal proposito mi viene in mente un’intervista di Eugenio Scalfari a Umberto Eco in cui quest’ultimo presentava il suo ultimo romanzo, “Numero Zero”. Disse Eco parlando del racconto: “Non è solo un paese in cui sono successe le cose più incredibili: attentanti, tentativi di colpo di stato, Piazza Fontana, Piazza della Loggia, ma tutto quello che è successo in Italia dagli anni 60 ad allora (1992 ndr), c’è passato da un orecchio all’altro senza che ce ne fossimo accorti.[..] È un paese in cui la gente ha lasciato passare tutto questo, così, come niente.”

Ecco, oramai il nostro paese si è quasi  totalmente conformato a questo “laisser faire” e si è arrivati ad un punto in cui non ci si stupisce più, semplicemente la rassegnazione vince e, cosa ancor più grave, in mezzo a questo immobilismo scatta sempre il sistema del capro espiatorio: poiché la società è una gerarchia e chi è in alto mi schiaccia, non potendomi ribellare allora devo prendermela con chi sta peggio di me.

In un momento storico come quello di oggi, è necessario e provvidenziale la creazione di un movimento o di un partito che sappia proporre un modello di sistema alternativo, ma ciò è possibile solo se alla base vi è una forte mobilitazione popolare, perché delle battaglie degli anni 60 e 70 sono rimasti solo i diritti civili: oggi possiamo fare finalmente matrimoni omosessuali, ma abbiamo completamente perso i diritti sindacabili e il diritto al lavoro. Viviamo in una società dove se rubi sei furbo, se sei ricco sei sempre più ricco e se sei povero nessuno ti impedisce di esserlo ancora di più.
Siamo stati portati ad isolarci sempre di più, a fare dell’individualismo la nostra bandiera e a vivere l’esclusione sociale come un qualcosa da nascondere e di cui vergognarsi invece manifestarla per rivendicare un miglioramento del proprio status.

Eppure tutto questo sembra davvero lasciare indifferente la maggior parte delle persone di questo paese. Bisogna capire che l’indifferenza non è l’arma corretta con cui affrontare questa battaglia, ma è anzi il modo peggiore per perderla.

“Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza ” – diceva Gramsci.
Ebbene, oggi questo pensiero sembra un messaggio in bottiglia. Un messaggio che naviga in mare e che ancora non è approdato su nessuna spiaggia per essere raccolto.

È necessario agire al più presto e smetterla di nascondersi dietro l’ipocrisia del “non sono un esperto”, “è troppo complicato” o “tanto fanno come vogliono”, perché informarsi e farsi un’opinione è un dovere.
Altrimenti se si decide di continuare a rimanere nascosti nell’ignoranza, intesa nel suo puro significato di ignorare determinate cose, per non essersene mai occupato o per non averne avuto notizia, allora bisogna anche smetterla di lamentarsi e di fare finta di indignarsi.

Le parole, se non vengono seguite da azioni concrete, rimangono solo parole.

La crisi dell’Unione Europea e della post-modernità

Quello a cui stiamo assistendo è probabilmente un passaggio epocale nella storia politica europea. Si è aperto un vaso di Pandora, e non sarà facile richiuderlo.
Come è ormai noto, lo scorso 23 giugno, nel Regno Unito, 17 milioni di persone hanno votato per uscire (leave) dall’Unione europea e 16 milioni hanno votato per restare (remain).
Una scelta che deve far riflettere e agire ma che allo stesso tempo sancisce in modo ancora più netto il definitivo (o quasi) distacco tra la popolazione e l’establishment europeo.

Da diverso tempo a questa parte, in tutto il continente hanno preso slancio e coraggio movimenti secessionisti e partiti anti-europei di estrema destra, alcuni con forti caratteri xenofobi.
Il tutto nasce dall’incapacità dell’élite politica di capire e interpretare le angosce della gente che dovrebbe rappresentare, e in questo quadro hanno trovato forza i movimenti “populisti” che sfruttano la semplificazione del linguaggio, adattando la realtà agli orizzonti della gente a cui si rivolgono, usando, in certi casi, un target linguistico che risulta comprensibile perfino ad un dodicenne. Questi movimenti trovano le loro radici negli errori, nelle mancate promesse, nella corruzione e anche nelle cattive intenzioni di cui la classe politica tradizionale si è resa responsabile negli ultimi vent’anni. È sempre più diffusa quindi la convinzione che la democrazia abbia fallito, che essa sia incapace e inefficiente, pertanto è meglio rivolgersi ai “populisti”, ai quali si chiede un ritorno ad un certo passato che, seppur imperfetto e sbiadito, appare oggi più rassicurante del futuro.

L’errore da non commettere è quello di sottovalutare o peggio disprezzare il fenomeno del populismo. Non si tratta di un’idea campata per aria, ma al contrario, è la diretta conseguenza di un potere sempre più globalizzato che si è progressivamente distaccato dal controllo della politica nazionale.
È chiaro che non tutti quelli che nel Regno Unito hanno votato per uscire sono razzisti, ma adesso i razzisti pensano che il 52 per cento della popolazione sia d’accordo con loro.
Si è discusso molto sul fatto che la maggior parte dei giovani (75% dei 18-24 anni) abbiano votato per rimanere, mentre la popolazione più anziana ( 61% degli over 65) abbia votato per uscire, delineando quindi uno schema con “giovani pro UE” e “anziani contro UE”.
Ma io vorrei sottolineare un altro dato: tra gli elettori nella fascia 18-24, infatti, ha votato solo il 36%, tra quelli sopra i 65 anni ha votato l’83. Questo vuol dire che solamente il 27% dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni del Regno Unito hanno votato per rimanere (contro il 9%), mentre ben il 64% non è andato a votare mostrandosi indifferente rispetto a questa scelta.

Il dato invece ormai assodato da diversi anni e che mi preoccupa molto di più, è che ormai non sono più le tradizionali forze progressiste di sinistra a farsi artefici del cambiamento, ma è il populismo di destra che si alimenta del malessere provocato da vaste aree di ineguaglianza.
Nella società globalizzata, gli esclusi, cioè coloro che ne avvertono solo gli effetti negativi, tendono ad affidarsi ai populisti, che sono gli unici che al momento tendono a canalizzare questo disagio (seppure in maniera molto pericolosa). Gli esclusi non si sentono rappresentati e pertanto reagiscono con rabbia.

Io personalmente sposo il concetto di società liquida di Zygmunt Bauman. Con questa idea il sociologo polacco illustra l’assenza di qualunque riferimento “solido” per l’uomo di oggi. Dal punto di vista politico egli sottolinea come al giorno d’oggi ci sia una profonda crisi dello Stato così come l’abbiamo conosciuto. “Scompare un’entità che garantiva ai singoli la possibilità di risolvere in modo omogeneo i vari problemi del nostro tempo, e con la sua crisi ecco che si sono profilate la crisi delle ideologie, e dunque dei partiti, e in generale di ogni appello a una comunità di valori che permetteva al singolo di sentirsi parte di qualcosa che ne interpretava i bisogni.”

Con la globalizzazione cambia anche il concetto di esclusione sociale degli individui. Alcuni di noi diventano soggetti “globali”, nel proprio e vero senso del termine, altri rimangono invece soggetti “locali”, e pertanto vivono una situazione insopportabile, dato che sono i “globali” che fissano le regole della società. Essendo quindi la società di oggi incentrata sulla libertà di movimento, si viene a creare un nuovo tipo di polarizzazione, diversa dalla vecchia distinzione tra ricchi e poveri. Nella società postmoderna il problema è se si abbia bisogno di consumare per vivere, o se si viva per consumare. La vita dell’uomo è diventato uno strumento finalizzato alla riproduzione della società dei consumi.  In una società dei consumi globali, tutti siamo consumatori, ma non allo stesso modo. C’è una contrapposizione tra il consumatore perfetto, che è la perfetta incarnazione di ciò che la società chiede, e il consumatore imperfetto, ovvero coloro che pur desiderando certi beni, non sono in grado di acquistarli.
Ne deriva che il progresso oggi evoca più paura che speranza, in quanto è sempre più associato al timore di restare indietro, di perdere la posizione sociale e il benessere guadagnato.

In questo contesto gli emarginati europei identificano nell’Unione Europea, nelle banche, nella così detta “troika” il nemico responsabile di questo profondo disagio sociale.
Dopo la Brexit l’Europa, inteso come soggetto politico ed economico, non è finita. Il Regno Unito è sempre stato un paese con un piede dentro e uno fuori, e che non ha mai esercitato appieno il proprio potere. Appare comunque abbastanza evidente che si è arrivati ad un punto tale che o si compie un radicale cambiamento, o il rischio di ritornare a vivere nel piccolo dei nostri Stati nazione si fa sempre più concreto.
Il modello del sistema anti-democratico di Bruxelles non può e non deve essere la strada che dobbiamo continuare a percorrere.

L’Europa necessita di riacquisire i suoi valori originari, tra tutti la democrazia. Vi è la necessità di democratizzare l’europa, di dare maggiore autonomia e più gradi di libertà ai parlamenti nazionali. Un’Europa democratica in cui tutta la autorità politica parte dai popoli sovrani.
La democrazia è stata soffocata per troppo tempo, lasciando entrare in gioco i nemici dichiarati della stessa.

Per l’UE si tratta di democratizzarsi o di disintegrarsi.