Perché non ci ribelliamo?

Il degrado sociale ha raggiunto in Italia, così come anche in molte altri paesi del mondo occidentale, livelli che forse non si erano mai raggiunti prima e nonostante ci siano numerosissimi fuochi, come la disoccupazione crescente, gli indebitamenti, famiglie sul lastrico, tutto ciò sembra passare inosservato, quasi come un fatto del tutto normale.

Com’è possibile che dinanzi ad una situazione del genere non vi sia un benché minimo accenno di protesta?

Innanzi tutto manca l’individuazione del “nemico”: ad oggi si è creata la condizione per cui c’è un potere che ci sovrasta, che è quello economico, la famosa  “mano invisibile del mercato”. Un potere che non è tangibile, un qualcosa che agli occhi delle persone non è identificabile in determinati soggetti e in questo modo la gente non è capace di reagire, perché tutto ciò viene visto come un processo ineluttabile, immutabile.

Un altro motivo, tra i numerosi che vi sono,  è senz’altro la propaganda, che attraverso la stampa e il conformismo televisivo ci ha ingabbiati, anestetizzati; vi è poi la rassegnazione e l’accettazione, dopo la caduta del comunismo, che non vi possa essere un modello di sistema alternativo, che questo tipo di economia, questo tipo di sistema siano in un qualche modo naturali.
Abbiamo disprezzato e ridicolizzato i sindacati (i quali non sono comunque esenti da colpe) e ad oggi essi hanno perso la loro capacità di unire e guidare i lavoratori nelle battaglie per i diritti sociali.

Un ulteriore motivo è a mio avviso l’atteggiamento di noi italiani. È forse difficile da accettare, ma siamo un paese corrotto, corruttibile e corruttore.
Siamo uno dei pochi paesi occidentali che non ha compiuto una rivoluzione, perché probabilmente non siamo portati, perché siamo i più bravi, i più belli e i più buoni per la mamma; abbiamo questo temperamento, un po’ da “fighetti”.
Siamo bravi ad indignarci subito per le ingiustizie, poi giusto il tempo di un caffè, e tutto torna alla normalità, come se non fosse successo niente.
Abbiamo fatto sì che l’indifferenza prendesse il sopravvento sulla stragrande maggioranza di noi.
Basti pensare che per decenni abbiamo avuto dei governi che anziché provare a mettersi d’accordo con l’opposizione, si son messi d’accordo con la mafia.

A tal proposito mi viene in mente un’intervista di Eugenio Scalfari a Umberto Eco in cui quest’ultimo presentava il suo ultimo romanzo, “Numero Zero”. Disse Eco parlando del racconto: “Non è solo un paese in cui sono successe le cose più incredibili: attentanti, tentativi di colpo di stato, Piazza Fontana, Piazza della Loggia, ma tutto quello che è successo in Italia dagli anni 60 ad allora (1992 ndr), c’è passato da un orecchio all’altro senza che ce ne fossimo accorti.[..] È un paese in cui la gente ha lasciato passare tutto questo, così, come niente.”

Ecco, oramai il nostro paese si è quasi  totalmente conformato a questo “laisser faire” e si è arrivati ad un punto in cui non ci si stupisce più, semplicemente la rassegnazione vince e, cosa ancor più grave, in mezzo a questo immobilismo scatta sempre il sistema del capro espiatorio: poiché la società è una gerarchia e chi è in alto mi schiaccia, non potendomi ribellare allora devo prendermela con chi sta peggio di me.

In un momento storico come quello di oggi, è necessario e provvidenziale la creazione di un movimento o di un partito che sappia proporre un modello di sistema alternativo, ma ciò è possibile solo se alla base vi è una forte mobilitazione popolare, perché delle battaglie degli anni 60 e 70 sono rimasti solo i diritti civili: oggi possiamo fare finalmente matrimoni omosessuali, ma abbiamo completamente perso i diritti sindacabili e il diritto al lavoro. Viviamo in una società dove se rubi sei furbo, se sei ricco sei sempre più ricco e se sei povero nessuno ti impedisce di esserlo ancora di più.
Siamo stati portati ad isolarci sempre di più, a fare dell’individualismo la nostra bandiera e a vivere l’esclusione sociale come un qualcosa da nascondere e di cui vergognarsi invece manifestarla per rivendicare un miglioramento del proprio status.

Eppure tutto questo sembra davvero lasciare indifferente la maggior parte delle persone di questo paese. Bisogna capire che l’indifferenza non è l’arma corretta con cui affrontare questa battaglia, ma è anzi il modo peggiore per perderla.

“Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza ” – diceva Gramsci.
Ebbene, oggi questo pensiero sembra un messaggio in bottiglia. Un messaggio che naviga in mare e che ancora non è approdato su nessuna spiaggia per essere raccolto.

È necessario agire al più presto e smetterla di nascondersi dietro l’ipocrisia del “non sono un esperto”, “è troppo complicato” o “tanto fanno come vogliono”, perché informarsi e farsi un’opinione è un dovere.
Altrimenti se si decide di continuare a rimanere nascosti nell’ignoranza, intesa nel suo puro significato di ignorare determinate cose, per non essersene mai occupato o per non averne avuto notizia, allora bisogna anche smetterla di lamentarsi e di fare finta di indignarsi.

Le parole, se non vengono seguite da azioni concrete, rimangono solo parole.

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