La crisi dell’Unione Europea e della post-modernità

Quello a cui stiamo assistendo è probabilmente un passaggio epocale nella storia politica europea. Si è aperto un vaso di Pandora, e non sarà facile richiuderlo.
Come è ormai noto, lo scorso 23 giugno, nel Regno Unito, 17 milioni di persone hanno votato per uscire (leave) dall’Unione europea e 16 milioni hanno votato per restare (remain).
Una scelta che deve far riflettere e agire ma che allo stesso tempo sancisce in modo ancora più netto il definitivo (o quasi) distacco tra la popolazione e l’establishment europeo.

Da diverso tempo a questa parte, in tutto il continente hanno preso slancio e coraggio movimenti secessionisti e partiti anti-europei di estrema destra, alcuni con forti caratteri xenofobi.
Il tutto nasce dall’incapacità dell’élite politica di capire e interpretare le angosce della gente che dovrebbe rappresentare, e in questo quadro hanno trovato forza i movimenti “populisti” che sfruttano la semplificazione del linguaggio, adattando la realtà agli orizzonti della gente a cui si rivolgono, usando, in certi casi, un target linguistico che risulta comprensibile perfino ad un dodicenne. Questi movimenti trovano le loro radici negli errori, nelle mancate promesse, nella corruzione e anche nelle cattive intenzioni di cui la classe politica tradizionale si è resa responsabile negli ultimi vent’anni. È sempre più diffusa quindi la convinzione che la democrazia abbia fallito, che essa sia incapace e inefficiente, pertanto è meglio rivolgersi ai “populisti”, ai quali si chiede un ritorno ad un certo passato che, seppur imperfetto e sbiadito, appare oggi più rassicurante del futuro.

L’errore da non commettere è quello di sottovalutare o peggio disprezzare il fenomeno del populismo. Non si tratta di un’idea campata per aria, ma al contrario, è la diretta conseguenza di un potere sempre più globalizzato che si è progressivamente distaccato dal controllo della politica nazionale.
È chiaro che non tutti quelli che nel Regno Unito hanno votato per uscire sono razzisti, ma adesso i razzisti pensano che il 52 per cento della popolazione sia d’accordo con loro.
Si è discusso molto sul fatto che la maggior parte dei giovani (75% dei 18-24 anni) abbiano votato per rimanere, mentre la popolazione più anziana ( 61% degli over 65) abbia votato per uscire, delineando quindi uno schema con “giovani pro UE” e “anziani contro UE”.
Ma io vorrei sottolineare un altro dato: tra gli elettori nella fascia 18-24, infatti, ha votato solo il 36%, tra quelli sopra i 65 anni ha votato l’83. Questo vuol dire che solamente il 27% dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni del Regno Unito hanno votato per rimanere (contro il 9%), mentre ben il 64% non è andato a votare mostrandosi indifferente rispetto a questa scelta.

Il dato invece ormai assodato da diversi anni e che mi preoccupa molto di più, è che ormai non sono più le tradizionali forze progressiste di sinistra a farsi artefici del cambiamento, ma è il populismo di destra che si alimenta del malessere provocato da vaste aree di ineguaglianza.
Nella società globalizzata, gli esclusi, cioè coloro che ne avvertono solo gli effetti negativi, tendono ad affidarsi ai populisti, che sono gli unici che al momento tendono a canalizzare questo disagio (seppure in maniera molto pericolosa). Gli esclusi non si sentono rappresentati e pertanto reagiscono con rabbia.

Io personalmente sposo il concetto di società liquida di Zygmunt Bauman. Con questa idea il sociologo polacco illustra l’assenza di qualunque riferimento “solido” per l’uomo di oggi. Dal punto di vista politico egli sottolinea come al giorno d’oggi ci sia una profonda crisi dello Stato così come l’abbiamo conosciuto. “Scompare un’entità che garantiva ai singoli la possibilità di risolvere in modo omogeneo i vari problemi del nostro tempo, e con la sua crisi ecco che si sono profilate la crisi delle ideologie, e dunque dei partiti, e in generale di ogni appello a una comunità di valori che permetteva al singolo di sentirsi parte di qualcosa che ne interpretava i bisogni.”

Con la globalizzazione cambia anche il concetto di esclusione sociale degli individui. Alcuni di noi diventano soggetti “globali”, nel proprio e vero senso del termine, altri rimangono invece soggetti “locali”, e pertanto vivono una situazione insopportabile, dato che sono i “globali” che fissano le regole della società. Essendo quindi la società di oggi incentrata sulla libertà di movimento, si viene a creare un nuovo tipo di polarizzazione, diversa dalla vecchia distinzione tra ricchi e poveri. Nella società postmoderna il problema è se si abbia bisogno di consumare per vivere, o se si viva per consumare. La vita dell’uomo è diventato uno strumento finalizzato alla riproduzione della società dei consumi.  In una società dei consumi globali, tutti siamo consumatori, ma non allo stesso modo. C’è una contrapposizione tra il consumatore perfetto, che è la perfetta incarnazione di ciò che la società chiede, e il consumatore imperfetto, ovvero coloro che pur desiderando certi beni, non sono in grado di acquistarli.
Ne deriva che il progresso oggi evoca più paura che speranza, in quanto è sempre più associato al timore di restare indietro, di perdere la posizione sociale e il benessere guadagnato.

In questo contesto gli emarginati europei identificano nell’Unione Europea, nelle banche, nella così detta “troika” il nemico responsabile di questo profondo disagio sociale.
Dopo la Brexit l’Europa, inteso come soggetto politico ed economico, non è finita. Il Regno Unito è sempre stato un paese con un piede dentro e uno fuori, e che non ha mai esercitato appieno il proprio potere. Appare comunque abbastanza evidente che si è arrivati ad un punto tale che o si compie un radicale cambiamento, o il rischio di ritornare a vivere nel piccolo dei nostri Stati nazione si fa sempre più concreto.
Il modello del sistema anti-democratico di Bruxelles non può e non deve essere la strada che dobbiamo continuare a percorrere.

L’Europa necessita di riacquisire i suoi valori originari, tra tutti la democrazia. Vi è la necessità di democratizzare l’europa, di dare maggiore autonomia e più gradi di libertà ai parlamenti nazionali. Un’Europa democratica in cui tutta la autorità politica parte dai popoli sovrani.
La democrazia è stata soffocata per troppo tempo, lasciando entrare in gioco i nemici dichiarati della stessa.

Per l’UE si tratta di democratizzarsi o di disintegrarsi.

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