Aldo dice 26×1

A Sesto San Giovanni (MI) quasi 300 persone sfrattate, in attesa dell’assegnazione di una casa da parte del comune, hanno trovato rifugio in un vecchio edifico dell’Alitalia.

L’edificio è stato occupato abusivamente da tre associazioni: Clochard alla riscossa, Unione inquilini Milano e Comitato per il diritto alla casa.
Quello che è diventato un vero e proprio residence sociale l’hanno chiamato “Aldo dice 26×1”, come il messaggio in codice con cui il CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia) ordinò l’insurrezione contro i nazisti il 24 aprile del 1945. Il simbolo di tutte le liberazioni.

Settemila metri quadrati, 65 “possibilità abitative”, 7 piani: la proprietà di questo palazzo è del ministero di Grazia e Giustizia e due anni fa, prima dell’occupazione, tutti i locali erano in uno stato di completo abbandono. Sono stati ricostruiti gli impianti, risistemati i tetti: tutti lavori svolti da professionisti che rischiano anche la denuncia per aver dato una mano a queste associazioni.

aldo

Le regole per accedere sono poche ma fisse: non si usa la corrente nelle camere, si pagano dieci euro a settimana per le spese comuni (chi non può permetterseli deve lavorare per gli altri), non entra chi non ha permesso di soggiorno. I bagni sono in comune, le pulizie si fanno a turno, le quattro cucine disponibili sono aperte ma devono essere rimesse in ordine dopo l’uso.
Al piano terra ci sono la trattoria (5 euro a pasto, completo di bevande) e il guardaroba sociale, una palestra, una biblioteca, un’aula studio, uno spazio bimbi e un salone per concerti.

Si tratta comunque di una sistemazione temporanea, poiché il vero obiettivo rimane quello di trovare una vera sistemazione per queste famiglie, ma l’alternativa a questa soluzione momentanea è la strada.

 

 

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Dittatura

Con questo termine si indicano nella storia delle dottrine politiche fenomeni molto diversi fra loro. È necessario pertanto distinguere:

  1. la dittatura romana di età repubblicana, che è una magistratura straordinaria e legittima istituita per risolvere situazioni eccezionali di emergenza e di pericolo;
  2. la degenerazione dell’istituto romano a partire dalla dittatura di Lucio Cornelio Silla (138 – 78 a.C.) e Gaio Giulio Cesare (100- 44 a.C.);
  3. la vicenda del concetto di “dittatura” dalla sua soppressione formale (44 a.C.) al XX secolo, quando è impiegato per indicare una specifica forma di governo;
  4. il nuovo significato che il termine ha assunto nel Novecento.

Nel XX secolo per “dittatura” si intende una forma di Stato o di governo che minaccia le fondamentali libertà dei cittadini e viene caratterizzata come governo non democratico e non costituzionale retto sulla forza. F. Neumann (1889 – 1954) nell’opera “Lo Stato democratico e lo Stato autoritario” (1957) distingue, sulla base della loro forza coercitiva, tre forme di dittatura:

  • la “dittatura semplice”, che si fonda su una intensificazione dei normali strumenti coercitivi;
  • la “dittatura cesaristica”, che si appoggia sulle masse;
  • la “dittatura totalitaria”, in cui agli elementi delle prime due forme si aggiunge il controllo dei mezzi di comunicazione e quello dell’educazione dei cittadini.

Karl Marx (1818 – 1883) ha parlato di “dittatura del proletariato” a proposito della fase di transizione in cui il proletariato, dopo aver abbattuto lo Stato borghese, assume temporaneamente il controllo dello Stato per attuare la riforma sociale che deve condurre dapprima allo Stato socialista e poi alla società comunista, nella quale, non essendoci più le classi, lo Stato si estingue.

Democrazia

Il termine, che letteralmente significa “potere del popolo”, è attestato in senso negativo in Aristotele (384 – 322 a.C.). Il termine verrà poi collegandosi sempre più con quello di “repubblica” e di sovranità popolare, assumendo significato polemico nei confronti della monarchia.
Nel corso del Settecento il concetto di “democrazia” si politicizza ed è soprattutto presente nell’esperienza politica dei giacobini, al cui fallimento fa seguito però un suo sostanziale accantonamento (in quanto identificata col Terrore), almeno sino alla rivoluzione del 1848. A partire dalla metà dell’Ottocento, il termine “democrazia” si consolida all’interno di una concezione liberale e costituzionale della modernità politica. Ne segue la sua utilizzazione come indice delle dinamiche di costituzionalizzazione del potere e di consolidamento delle istituzioni rappresentative. La democrazia si emancipa così dal suo antico legame con l’idea di “repubblica antica”, e di partecipazione diretta alle decisioni politiche e viene utilizzata come indicatore della tendenza irreversibile verso l’uguaglianza delle condizioni, a cui si devono opporre correttivi in grado di assicurare i fondamentali diritti di libertà dei cittadini.
Nel corso dell’Ottocento è tuttavia attestata, nell’ambito delle dottrine politiche di matrice socialista e anarchica (anarchismo, comunismo, socialismo), un’altra concezione di democrazia, non formale ma “sostanziale”, che mira ad estendere anche a livello sociale ed economico quell’uguaglianza tra i cittadini che lo Stato liberale di diritto garantisce a livello politico e giuridico.
Nel Novecento la democrazia assume il significato predominante di democrazia liberale e rappresentativa, che ha il compito di realizzare l’allargamento dei diritti politici e il rafforzamento delle istituzioni rappresentative nelle quali deve trovare espressione la partecipazione politica dei cittadini. La democrazia viene allora sempre più interpretata in senso “tecnico” come insieme di procedute atte a garantire tali finalità e in essa si esprime la legittimità delle moderne situazioni politiche liberali.

Costituzione

Il termine ha un duplice significato: da un lato indica l’insieme dei rapporti giuridici e politici che definiscono un concreto ordine politico, dall’altro indica un sistema di regole e di norme atte a tutelare i diritti e la libertà dei cittadini.
Nella prima accezione del termine, ogni realtà politica  ha la sua “costituzione”, radicata nella concreta configurazione storica dei suoi ordinamenti; nella seconda accezione, invece, si può parlare di “costituzione” solo laddove esista la garanzia giuridica e politica dei diritti dei singoli, nonché principi di limitazione e separazione dei poteri atti a far sì che il governo non si renda dispotico. In questo secondo significato, la “costituzione” definisce, nella tradizione politica continentale la tendenza identificazione di Stato e diritto e trova espressione nell’idea di costituzione “formale”.

25 Aprile

Si parla spesso di memoria, di mantener vivi certi ricordi per impedire che ciò che è accaduto si ripresenti di nuovo.
Tutti discorsi che per lo più annoiano i giovani e lasciano indifferenti molti adulti.
Eppure io, che sono giovane, non voglio diventare un indifferente, per questo davanti a certi fatti non mi annoio.
Odio e disprezzo il tentativo, a volte subdolo e sfacciato, spesso politico, che c’è negli ultimi anni di riscrivere la storia sulle pagine sbiadite di quella autentica. Ancora più fastidioso è vedere che nel branco di questi revisionisti vi siano molte volte anche ragazzi giovani, che chiaramente nel 99,8% dei casi non azzeccano nemmeno un congiuntivo. Il loro scopo è quello di far passare i fascisti come dei semplici vinti, come se avessero perso una partita a briscola. Usano la parola vinti. I fascisti sono passati da dittatori a vinti, da squadristi a povere vittime, da sovrani a invasi. In Italia abbiamo avuto una dittatura, e coloro che l’hanno sostenuta fino alla fine non possono essere visti come delle povere vittime nel momento in cui hanno perso.
Che fosse giusto combattere i tedeschi e i fascisti è ad oggi considerato un ovvietà in tutta Europa, tranne che nel nostro paese. Eppure dovremmo ricordarci che la libertà e la democrazia iniziarono solo dopo la Resistenza: le donne, per esempio, ottennero il voto proprio perché svolsero un ruolo fondamentale nella Resistenza.
Oggi noi abbiamo la fortuna (almeno per adesso) di non dover vivere una situazione di guerra. Ma se malauguratamente ci capitasse di dover vivere una situazione simile, avremmo lo stesso coraggio dei resistenti? Dove lo trovarono loro il coraggio di disertare l’esercito fascista, con le relative conseguenze, e arruolarsi nelle bande partigiane? Operai, preti, suore, contadini e perfino bambini nel loro piccolo, si opposero. Certo, non tutti perché molti avevano paura, ed è alquanto comprensibile. Ecco, forse più che il coraggio, ad animarli fu la speranza, la certezza della vittoria, la consapevolezza di essere dalla parte giusta e che il sacrificio non sarebbe stato vano.
Ho letto le lettere dei condannati a morte della Resistenza e c’è una cosa che mi ha colpito: la loro ossessione perché i figli studino, per migliorare la loro condizione sociale ma anche per contribuire a rendere il Paese più giusto.
Oggi in un paese che non sembra per niente giusto, la verità è una parola abusata, svuotata e sfruttata a proprio piacimento. Nell’era del degrado morale dove anche la parola libertà sembra aver perso il suo significato, non è inutile ricordare che non molto tempo fa sono esistiti italiani e italiane così. L’Italia è un paese ricco di storia ma povero di memoria, che ha un costante bisogno di ripassare, di ascoltare. Allora ascoltiamo quei pochi superstiti che ormai sono rimasti, ascoltiamo noi che abbiamo questo privilegio chi la storia l’ha scritta con le proprie lacrime.